Basilica di San Pietro in Vincoli

La Basilica di San Pietro in Vincoli è un edificio davvero suggestivo e splendidamente nascosto in un minuscolo vicolo secondario: la piazza in cui sorge questa chiesa ha il suo stesso nome ed è idealmente incastonata tra il Colosseo e via Cavour.

Questa basilica è celebre soprattutto perché accoglie l’imponente statua del Mosè, una delle più intense opere scultoree di Michelangelo Buonarroti. Il nome è piuttosto particolare, ma da cosa deriva esattamente? La chiesa deve questa denominazione alle catene che vengono lasciate custodite con grande orgoglio nello scrigno dagli sportelli di bronzo che si trova esattamente sotto l’altare. Secondo la tradizione, poi, si tratta delle catene che tenevano legato San Pietro nel carcere Mamertino. Le venti colonne sono invece in stile dorico e impreziosiscono enormemente la navata; in questo caso, siamo di fronte a monumenti che provengono da un luogo ancora più antico.

Storia della basilica

La Basilica di San Pietro in Vincoli è conosciuta anche come “basilica eudossiana”, dalla fondatrice, l’imperatrice romana Licinia Eudossia. La costruzione dell’edificio risale esattamente al 442 d.C. e il luogo che era stato scelto in principio erano le Terme di Tito all’Esquilino. Fu proprio un’iniziativa dell’imperatrice a suggerire la custodia delle sopracitate catene. All’interno di questo luogo sarebbero stati nominati due pontefici medievali, vale a dire Giovanni II e Gregorio VII. Un restauro molto importante, poi, fu quello del ‘500, per espresso volere di papa Giulio II; inoltre, il chiostro può essere attribuito all’opera di Vasari, ma anche a Giuliano da Sangallo. Una curiosità stuzzicherà infine l’attenzione del turista: il pozzo centrale, circondato da splendide colonne trabeate, è divenuto il simbolo ufficiale della facoltà di Ingegneria dell’Università La Sapienza.

Le principali caratteristiche

Una visita ideale non può che partire dalla facciata della basilica. Anzitutto, c’è un portico con cinque arcate e nei vari capitelli si può notare lo stemma di papa Giulio II. Entrando poi all’interno, si nota immediatamente la pianta divisa in tre distinte navate e ritmata da venti colonne antiche di marmo greco: molto probabilmente, si tratta di colonne che si trovavano in precedenza nel portico di Livia.

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La volta ha una caratteristica forma a botte e mette in mostra un dipinto di sicuro effetto ed emozionante, vale a dire l’affresco che viene attribuito a Giovanni Battista Parodi.

Appare scontato poi soffermarsi la maggior parte del tempo di fronte al Mosè destinato alla tomba di Giulio II: questo pontefice così carismatico morì nel 1513 e il suo corpo fu sepolto proprio in questa basilica, ma circa cento anni dopo, visto che il mausoleo non era ancora completato.

La prima collocazione delle spoglie fu quella della cappella del coro, ma i Lanzichenecchi non risparmiarono neppure questa meraviglia nel loro devastante assedio del 1527. Molto interessante è anche la tomba di Antonio e Pietro del Pollaiolo, elegantemente sormontata dai busti dei due artisti e da un affresco molto luminoso.